Interstellar: fantascienza da baci Perugina

Non amo fare il bastian contrario a tutti i costi, ma in certe occasioni diventa inevitabile.
Sono andato a vedere Interstellar, e non mi è piaciuto. E pensare che mi attendevo molto, da questo film. Come insegna il mio caro amico Francesco, del resto, le aspettative finiscono spesso col fregarti.

L’ultima fatica di Christopher Nolan era parecchio attesa. Se ne è scritto tanto, e nella maggior parte dei casi le recensioni sono state positive. Quasi tutti i miei amici sono usciti entusiasti dalla sala. Perché quindi a me non è piaciuto?

Non lo dirò. O meglio: lo farò dire a chi l’ha fatto meglio di quanto ci riuscirei io. Prima, mi soffermo brevemente sulle (poche) cose che invece mi sono piaciute.

Innanzitutto, la prima parte. E’ lenta, lentissima. E scontata, pure. Però contiene, mi pare, qualche spunto interessante. Per esempio, l’idea che nei libri di scuola ci sia scritto che non siamo mai andati sulla Luna mette i brividi. E se ci pensate bene, molta gente lo pensa davvero. Altro che pelle d’oca.
Il pensiero, poi, che i libri di storia vengano riscritti per adeguare la versione corrente alla visione che fa più comodo, rimanda diritti alle peggiori distopie, tipo 1984 di Orwell (dove appunto c’è un apposito Ministero che si occupa di riscrivere continuamente la storia).
Non solo. L’umanità rappresentata in Interstellar è stanca, svuotata. Ha perso ogni speranza nel futuro. Una cosa molto europea, più che americana, ma che sembra rimandare ai tempi grami che stiamo attraversando. I personaggi del film sono ripiegati su se stessi, incapaci di avere una visione: il dialogo surreale tra Cooper e i due insegnanti di Morph è forse il più riuscito della pellicola: i due ripetono a Cooper che i suoi figli devono fare i contadini anziché gli scienziati, perché non è più tempo per sognare in grande. Ancora, mi viene in mente un rimando a ciò che siamo diventati noi altri: “A cosa serve buttare centinaia di milioni in inutili esplorazioni spaziali, oggi?”. Di nuovo: sì, c’è gente che l’ha detta davvero, questa cosa, riguardo alla missione Rosetta.

Altro momento che mi è piaciuto: la scena in cui Dr. Mann-Matt Damon dice che è facile provare affetto per le persone che conosciamo, per i parenti e gli amici, ma quasi impossibile verso il resto dell’umanità. Ragionare come collettività, come “specie”, anziché come individui (poco dopo Mann impazzisce, ma tralasciamo). Ora, non voglio tirare in ballo paragoni con quanto detto da un signore che, per aver divulgato idee del genere duemila anni fa o giù di lì, ha fatto una brutta fine – tanto più che sono agnostico; resta il fatto che il concetto mi pare molto meno banale e scontato di quanto possa apparire lì per lì.
Il problema, se mai, è un altro: il film si sforza di essere profondo, ma non sempre ci riesce. Anzi, non ci riesce quasi mai (gli esempi che ho citato finora sono più che altro eccezioni). I dialoghi suonano spesso forzati, artificiali. E finiscono a volte col suscitare l’effetto “Bacio Perugina”: “L’amore è l’unica forza di cui disponiamo che trascende i limiti dello spazio e del tempo” non si può proprio sentire, fa semplicemente ridere. E non è bello, scoppiare a ridere nel bel mezzo di una delle scene più tese e drammatiche del film.

Insomma, senza quasi accorgermene sono passato alle cose che non mi piacciono, che sono molte di più di quelle che mi piacciono, in Interstellar. Come anticipato, le lascio spiegare ad altri: l’hanno fatto molto meglio di quanto saprei fare io, che già mi sono improvvisato critico cinematografico senza averne i titoli (è un vizietto, a quanto pare).

Qui, il pezzo di Phil Plait, originariamente pubblicato da Slate, riproposto in italiano da Il Post.
Qui, quello del fisico delle particelle del CERN Marco Del Mastro sul suo splendido blog Borborigmi.

Sono articoli scritti da scienziati, e si focalizzano soprattutto sulla parte scientifica. Ce n’è parecchia, di scienza, in Interstellar, ed è pure fatta (e spiegata) bene, seppur con qualche veniale problemino. Non è questo, il problema del film, concludono entrambi. Il problema è la storia, è la sceneggiatura. Lunga, banale, scontata. Noiosa.

Christopher Nolan è stato molto ambizioso (tanto si è scritto sul paragone con 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick, per esempio). E quando si è così ambiziosi, si corrono dei rischi. L’impressione, qui, è che Nolan si sia fatto prendere la mano. Abusando della pazienza dello spettatore, nonché della sua capacità di ricorrere alla sospensione dell’incredulità.

Fantascienza da baci Perugina, insomma. Peccato. Davvero un gran peccato.

8 consigli su come scrivere storie brevi

Li dà lo scrittore americano Kurt Vonnegut nell’introduzione alla raccolta di racconti Bagombo Snuff Box (1999). Sono 8 consigli su come scrivere storie brevi.

1 – Utilizza il tempo di un perfetto sconosciuto in modo che lui o lei non senta di averlo sprecato.

2 – Da’ al lettore almeno un personaggio per cui possa fare il tifo

3 – Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche soltanto un bicchiere d’acqua.

4 – Ogni frase deve fare una di queste due cose: mostrare un personaggio o far andare avanti la storia.

5 – Inizia il più vicino possibile alla fine.

6 – Sii sadico. Non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi personaggi principali, fa’ che accadano loro cose tremende così che il lettore possa vedere di che stoffa sono fatti.

7 – Scrivi per dar piacere solo a una persona. Se apri una finestra e fai l’amore con il mondo, per così dire, la tua storia si prenderà una polmonite.

8 – Da’ ai tuoi lettori la maggior parte di informazioni il prima possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una comprensione talmente completa di quel che sta succedendo, dove e perché, da poter finire la storia da soli, nel caso gli scarafaggi mangiassero le ultimissime pagine.

Nel video, le 8 regole enunciate da Kurt Vonnegut

Qui Bagombo Snuff Box su Amazon.

E’ proprio bella

Non ho ancora capito se è più bella di giorno o di notte
Non ho ancora capito se è più bella in piedi oppure seduta
Non ho ancora capito se è più bella con la gonna o con i pantaloni
Non ho ancora capito se è più bella con i capelli raccolti sulla nuca o sciolti sulle spalle
Non ho ancora capito se è più bella quando scrive o quando cammina
Non ho ancora capito se è più bella con gli occhiali o senza occhiali
Non ho ancora capito se è più bella quando sorride o quando è seria
Non ho ancora capito se è più bella di fronte o di profilo
Non ho ancora capito se è più bella quando pensa o quando mangia o quando beve
Non ho ancora capito se è più bella quando canta o quando lava i piatti
Non ho ancora capito come fa a essere così bella
In qualsiasi momento
Qualsiasi cosa faccia
Con qualsiasi vestito
Sempre
Le viene naturale, credo
E’ una cosa che c’hai dentro, in fondo
O ce l’hai, o non ce l’hai
E lei ce l’ha
Insomma,
E’ proprio bella.

Un grigio lunedì pomeriggio di novembre

Metà pomeriggio di un grigio lunedì di novembre. Mi sto preparando per andare da Maurizio.
C’è un gruppo di turisti da accompagnare in cantina per la visita a lume di candela e la degustazione di Grignolino e Barbera.
Squilla il cellulare: è Graziella, la direttrice.
“Dimmi Graziella!”
“Guarda, il gruppo degli ospiti ha spostato tutti gli appuntamenti. Quindi tu non inizi più alle 18, ma alle 19. E’ un problema per te?”
“Ma no, tranquilla, tanto non ho impegni per la serata. Me la prendo con comodo e arrivo un’ora dopo”.
“Ok, grazie. Con te ci sarà lei. So che la cosa ti fa piacere. Ti si allarga il cuore, quando sei con lei. Buon lavoro, a presto”.
Sorrido, poso il telefono.
Ha trovato le parole giuste, Graziella.

La Stampa – “Sarò il primo al mondo a scalare il K2 d’inverno”

Basta guardare la foto ad inizio articolo, quindi leggere la descrizione dell’itinerario fatta dall’ottimo Enrico Martinet e confrontarla con quel triangolo scintillante, sospeso sul nulla in mezzo al cielo, e vengono insieme vertigine, paura ed un’enorme voglia di partire.

via La Stampa – “Sarò il primo al mondo a scalare il K2 d’inverno”.